domenica, 01 novembre 2009

Qualsiasi storia ben raccontata è avvincente. Qualsiasi partita, qualsiasi incontro, match, combattimento o guerra, qualsiasi corsa, qualsiasi discesa, sulla neve o sulle rapide o agli inferi. Qualsiasi persona, ben raccontata, è avvincente. Qualsiasi popolo, folla o famiglia, qualsiasi fuga, o ritorno, o bugia, qualsiasi giornata, qualsiasi passeggiata, qualsiasi risveglio.

C’è in questo pensiero la gratitudine per ogni storia ben raccontata che mi ha avvinto e mi avvincerà ed il rammarico per quelle storie che se ne prendono il largo non narrate, come acqua in cui nessuno ha immerso le mani o ha lasciato giocare gli alluci.

 

 

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lunedì, 26 ottobre 2009

Preoccupazioni fuori dalla finestra, sullo sfondo di foglie brune e oro, appaiono e scompaiono scompigliate dal vento e dal sole, al di là dei vetri, comunque. Dentro luce e colore, voci, visi, trillare di stoviglie, briciole salate e baffi di cioccolato. Rimanere ancora un attimo, fra parentesi.

postato da: prishilla alle ore 08:34 | Permalink | commenti (4)
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domenica, 18 ottobre 2009

D’ora in poi, nelle note del Nabucco riecheggerà per me l’emozione di una mano invisibile sulla spalla (non meno intensa perché invisibile, proprio come il canto non perde nulla della sua forza solo perché è difficile intendere le parole), una mano invisibile e cara che mi guida verso una sciarpa rossa e il sorriso che la indossa, una mano che in questa stretta, e in questo incontro, mi racconta che l’amore ha mille forme e tutte possono abitare lo stesso palazzo e la stessa barba bianca. E ancora mi racconta che la gioia ed il dolore non sono due facce di una medaglia, che se ne vedi una l’altra scompare, ma come queste voci, che si intrecciano in un coro di tenori e di soprani e riempiono questo teatro e queste orecchie aperte nel buio, anche la gioia ed il dolore, la tenerezza e la malinconia, la mancanza e la presenza, possono cantare insieme la loro sinfonia e vivere con noi, per sempre.  

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domenica, 11 ottobre 2009

Tendenzialmente li lascio a casa loro, i pesci. Tutt’al più mi accontento di pigliarli con la macchina fotografica. Certo però che certi pesci varrebbe proprio la pena pigliarli, nel vero senso del termine. Soprattutto la Vigilia di Natale, soprattutto se è la prima che passi con tuo marito e soprattutto soprattutto se hai invitato a cena la famiglia di lui.

Tendenzialmente amo dormire. Sono una di quelle che mettono due o tre sveglie dal terrore di non riuscire a sciogliersi dal dolce abbraccio di Morfeo, e anche una di quelle che la domenica non ne vuol sentire parlare di riemergere dalle coperte prima che il sole sia bello alto nel cielo. E se piove cosa mi alzo a fare.

La Vigilia di Natale in questione di sveglie avrei dovuto metterne sei o sette, vista la tentazione di infilare la testa sotto al cuscino come il noto struzzo sotto alla sabbia. Da una settimana mi chiedevo quale demone mi avesse potuto fare lo scherzo di fare uscire dalle mie labbra l’invito. La Vigilia di Natale? La famiglia di Lui? Io cucinare per loro? Suocera, suocero, cognati e bambini? C’era un marziano dentro di me, quel giorno in cui l’ho detto. Ma perché, perché poi mi aveva abbandonato? Marziano codardo, dovresti essere qui a possedermi e ad apparecchiare, preparare il sugo ai funghi e procurarti il pesce! Accidenti a te.

Da una settimana imploravo il ritorno del marziano e intanto decoravo la scala con i rami di pino, appendevo palloncini, renne e stelline in ogni dove, nello strenuo tentativo di rendere quella casa - nuova e ancora troppo spoglia e troppo poco mia - un posto in cui potesse brillare almeno una scintilla del Natale. I risultati continuavano a rimanere piuttosto deludenti, in compenso per appendere la ghirlanda alla porta di ingresso ero riuscita a chiudermi fuori in ciabatte, il che aveva implicato la necessità assoluta di suonare alla porta degli sconosciuti vicini, consegnando loro una perfetta occasione per una buona azione che infondesse magicamente  nel vicinato lo spirito del Natale. Occasione mancata perché nel loro salotto imperava la lite con il figlio (vita molto bassa e frangia molto lunga) per l’ora del rientro dalla discoteca: ovvero prego telefoni e poi vada ad aspettare sulle scale.

Così, quella mattina della Vigilia, al suono della sveglia la mia unica reazione fu di picchiettare nervosamente sul tasto snooze in una sorta di segnale morse. Tre punti tre linee tre punti. SOS. Ancora cinque minuti. Tre punti tre linee tre punti. SOS Marziani mi sentite? Ad un certo punto era anche comparso un piccolo ometto verde, ma invece di correre in mio aiuto rimaneva fermo con il dito puntato verso di me e faceva DRIIIINNNN. O Mamma Santissima: che ore sono??

Era tardissimo, così mi ritrovai, vestita alla bene meglio e con l’unico conforto di un caffè trangugiato davanti all’ascensore, al'entrata della pescheria. Un sole pallido era alto nel cielo e dalla porta del negozio, che, accidenti a lui, non accettava prenotazioni, si riversava in strada una piccola folla. Signora deve prendere il numero, mi redarguì un coro di simpatiche vecchiette non appena tentai di allungare il naso verso la soglia. Okey Okey. Alla faccia dello spirito natalizio. Che fossero andate a colazione dai miei vicini?

Presi il numero. 75. Guardai il tabellone con il cuore in gola: segnava 3. Sconfortata attraversai la strada per un rinforzo di caffè e, confesso, feci un pensiero su bicchierino di sambuca. Al ritorno il tabellone mi diede una certa speranza, e con nonchalance riuscii a dare un’occhiata verso il banco frigo, che sembrava preso d’assalto dagli unni. Con mio grande sollievo  riuscii a scorgere una gran massa di branzini dagli occhi lucidi. Finchè una voce annunciò: Settantacinque! Ed io pronta: Sono qui Sono qui. Ma un energumeno dall’aria truce mi trapassò il costato con sguardo assassino. Signora lei ha il Settantacinque C, ora tocca al Settantacinque A. Che sarebbe lei? Sì. Ah.

Senza ritegno sedetti sul gradino, guardando con la coda dell’occhio la massa di branzini che si assottigliava e ad ogni numero mormoravo ti prego ti prego prendi i gamberi, la rana pescatrice, la piovra, no il branzino no ti prego ti prego. Stavo per chiedere ad una signora dai bianchi miti capelli cosa ne pensava di una cena della Vigilia a base di pollo arrosto, così tanto per chiacchierare, quando alle mie orecchie arrivò il grido. Settantacinque. C. O Mio Dio. Mi voltai col cuore in gola. Era rimasto solo un branzino striminzito. Posso darle una bella orata. Ehm, si cucina come il branzino? Più o meno. E’ mia.

Giuro, l’anno prossimo non vado neppure a letto.

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sabato, 03 ottobre 2009

“Sono venuto a casa tua ogni giorno negli ultimi sei giorni. Non so perché ma avevo bisogno di rivederti”. Lei taceva (..) e scoppiò a ridere, a ridere più forte di quanto avessi mai sentito ridere qualcuno, e la risata portò alle lacrime e le lacrime portarono altre lacrime e poi cominciai a ridere io, di vergogna, la più profonda e completa, “Venivo a cercarti” ripetei, come a strusciare il naso nella mia stessa merda “perché volevo rivederti” e lei rideva, rideva, “Questo spiega perché….” Mi disse quando le riuscì di parlare. “Il perché di cosa?” “Spiega perché in questi giorni non eri mai a casa tua”. Smettemmo di ridere, io accesi il mondo dentro di me, lo riordinai e lo rimandai fuori in forma di domanda: “Ti piaccio?”. (J.S. Foer)

Questo spiega perché tante volte non riesco ad accenderti gli occhi, e veniamo a cercarci e non ci troviamo. Dovrebbero insegnarcelo, a scuola, che qualche volta lasciarsi amare è amare e che qualche volta voler amare è un modo molto sottile per non lasciarsi amare. Starò a casa più spesso, d’ora in poi: quando verrai, con la tua felicità per me, mi troverai. E non cercherò subito il modo per ricambiare.

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mercoledì, 23 settembre 2009

Come se a 20 anni, coi muscoli fiammanti scalpitanti, coi pensieri frementi e vaghi e onnipotenti, con la vista acuta e la mano ferma e nessuna idea di cosa può trovarsi dietro la prima collina, come se a 20 anni, ad un certo punto, noi lanciassimo la nostra bianchissima pallina da golf, ferma sul tee, bella centrata sulla linea di partenza. Sciolto, potente, ignaro.

Come se gli anni a venire fossero poi un passo dopo l’altro dietro la traiettoria della pallina. E come se ogni tanto, in un giorno come potrebbe essere oggi, ci si ritrovasse con la sacca infangata e la fronte sudata, a fare il conto dell’handicap e delle buche, sapendo però che quello che davvero conta altro non è che questa straordinaria camminata nel verde, e il battito del cuore ogni volta che prepari il colpo, e questi esseri umani che trattengono il fiato per te e il tuo swing è il loro swing.

E l’augurio è che davanti a queste 50 candeline si possa ripensare a quel tee-shot ed essere grati.

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venerdì, 18 settembre 2009

Non avevo mai realizzato che, in proporzione alla durata delle rispettive vite, le montagne si muovono ben più velocemente degli esseri umani.

E' facile dimenticare che la finestra dalla quale guardiamo il mondo è molto piccola.

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venerdì, 11 settembre 2009

E’ biondo questo terrore stretto fra braccia scure. Ha gli occhi celesti e limpidi di un destino senza requie, circondato di vocianti, reclamanti, inequivocabili fratellini bruni. 

E’ rotondo, angusto e senza appigli questo pozzo di cui non si vede il fondo, come il mormorio dei vicini che si affaccia e piove dalle porte accostate di questa tribù di ringhiera.

Il mormorio che si fa strada, senza tregua e senza riposo, risacca che diventa fragore, onda erosiva che allarga le crepe di un desiderio mai confessato, soffocato, schiacciato, il peccato.

E’ biondo questo bambino che porta alla luce il peccato mai consumato e compie la folle punizione di un ventre che svergogna il pensiero.

E’ rotonda e senza appigli la colpa dipinta dal coro sul volto di nonna, così chiara e celeste che le lunghe ciglia scure non poterono adombrarla neppure il tempo di prendere un respiro, così angusta che neppure il battito d’ali di un dubbio trovò mai lo spazio per dispiegarsi.

Il silenzio seguì al salto, ma ancora oggi qualcuno mormora che nel fondo del pozzo possa vedersi, certe notti, un piccolo volto biondo, stretto fra braccia scure. Il terrore.

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lunedì, 07 settembre 2009

".... Perchè questo mondo che ci pare una cosa fatta di pietra, vegetazione e sangue non è affatto una cosa ma è semplicemente una storia. E tutto ciò che esso contiene è una storia e ciascuna storia è la somma di tutte le storie minori, eppure queste sono la medesima storia e contengono in esse tutto il resto. Quindi tutto è necessario, ogni minimo particolare. E' questa in fondo la lezione. Non si può fare a meno di nulla. Nulla può venire disprezzato. Perchè, vedi, non sappiamo dove stanno i fili. I collegamenti. Il modo in cui è fatto il mondo. Non abbiamo modo di sapere quali sono le cose di cui si può fare a meno. Ciò che può venire omesso. Non abbiamo modo di sapere che cosa può stare in piedi e che cosa può cadere. E quei fili che ci sono ignoti fanno naturalmente parte anch'essi della storia e la storia non ha dimora nè luogo d'essere se non nel racconto, è lì che vive e dimora e quindi non possiamo mai aver finito di raccontare".

(Cormac McCarthy, Oltre il confine)

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domenica, 30 agosto 2009

.... allora invecchierò in ritardo. Precipitevolmente. Maldestramente. Sentendomi in colpa per non essere invecchiata prima, e di più.

Invecchierò intensamente e caparbiamente. Non risparmierò nulla e non chiederò niente a nessuno. Ma avrò un gran bisogno di aiuto.

Non necessariamente invecchierò in compagnia ma, se così sarà, sarà una buona compagnia. Potrebbe essere immaginaria, in effetti, ma tanto non me ne accorgerò.

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